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Cambiamenti climatici: quanta siccità può sopportare il faggio?

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Si prevede che, a causa dei cambiamenti climatici, le estati saranno sempre più spesso calde e secche come quelle del 2003 e del 2018. Un team di ricercatori, sotto la guida dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL, ha ora decifrato per la prima volta i segni di sofferenza dei faggi a fronte di un progressivo aumento della siccità. Per questa specie arborea, le condizioni divengono difficili sui terreni che riescono a trattenere poca acqua e si asciugano facilmente.

 

Nel 2018, in alcune regioni svizzere le foglie di molti faggi avevano cambiato colore già a luglio anziché a ottobre (figura 1). L’unica spiegazione è che si sia trattato di una reazione al gran caldo e alla siccità. Tuttavia, all’epoca non era stato chiarito cosa fosse avvenuto esattamente nei faggi con il progressivo aumento della siccità, né per quale motivo in alcuni boschi questi alberi non avessero cambiato colore, mentre in altri il fenomeno fosse molto evidente. I ricercatori dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL hanno approfondito tali questioni combinando serie di misurazioni già disponibili provenienti dalle faggete con i dati registrati al culmine dell’ondata siccitosa del 2018 in due siti supplementari dove il cambiamento di colore delle foglie era stato molto netto (figura 2).

I complessivi nove campi sperimentali distribuiti in tutta la Svizzera si collocano in una fascia compresa fra i 550 e gli 850 m s.l.m., un’altitudine alla quale, in molti boschi, i faggi sono la specie arborea dominante. I terreni dei nove siti presi in esame si distinguono per lo spessore della rizosfera oltre che per la quantità d’acqua che sono in grado di trattenere e mettere a disposizione degli alberi.

 

Reazione dei faggi alla scarsità d’acqua nel terreno

In ogni terreno è stata misurata la disponibilità idrica a diverse profondità, ove possibile fino a 2 m (figura 3). Ne è emerso che nei faggi lo stress da siccità non dipende solo dalle condizioni meteo e dalle attuali precipitazioni. Si sono rivelate importanti anche le riserve idriche del terreno e il fatto che le radici raggiungessero una profondità sufficiente ad attingere l’acqua dal suolo.

Nei terreni con una ridotta capacità di trattenere l’acqua e un conseguente notevole inaridimento, nel corso dell’estate 2018 i faggi hanno evidenziato segni sempre maggiori di sofferenza. Tale stress dovuto alla scarsità idrica si manifesta innanzitutto sotto forma di una riduzione della traspirazione a livello delle foglie, di un’interruzione della crescita del fusto nonché di un cambiamento di colore anticipato, se non addirittura di una caduta precoce delle foglie. Nonostante le misure di risparmio idrico, in caso di una siccità persistente si produce uno svuotamento dei tessuti conduttori che trasportano l’acqua attraverso il fusto e i rami dell’albero. Infine, le parti della chioma più esposte si seccano (figura 4).

«Nelle faggete molto secche il nostro studio si è addentrato in un territorio inesplorato», afferma Lorenz Walthert, ecologo forestale e primo autore dell’articolo pubblicato sulla rivista specializzata Science of The Total Environment, che prosegue: «Finora i sintomi estremi di sofferenza nei faggi in età adulta erano stati osservati solo raramente poiché si erano verificati su larga scala solo in annate straordinariamente siccitose come il 2003 o il 2018. Un ulteriore fattore decisivo è la registrazione della disponibilità idrica possibilmente nell’intera rizosfera mediante sensori idonei». In questo modo è stato possibile quantificare per la prima volta la relazione tra disponibilità idrica e stress in un range molto ampio, esteso fino alla siccità estrema.

 

Faggi in pericolo nel clima del futuro

I risultati suggeriscono che, nel clima più caldo dei prossimi decenni, i faggi saranno progressivamente sostituiti nei siti più secchi da altre specie arboree in grado di resistere meglio alla siccità. Nei terreni con un’ottima capacità di trattenere l’acqua, i faggi potrebbero invece continuare a prosperare. «È possibile prevedere la futura distribuzione dei faggi in Svizzera e in Europa tramite dei modelli numerici. Grazie alle nostre scoperte, in futuro tali modelli consentiranno di formulare previsioni ancora più precise», commenta Walthert. Gli operatori forestali potranno comunque valutare personalmente il futuro rischio dei faggi anche senza le previsioni dei modelli numerici. I servizi forestali dispongono infatti delle cosiddette carte delle stazioni, che permettono di valutare a grandi linee la capacità del terreno di trattenere l’acqua e l’esposizione al rischio in caso di siccità. Anche se diverranno lentamente obsolete con il progredire dei cambiamenti climatici, tali carte potranno mantenere una certa utilità.

Per gli operatori forestali, i dati sulla futura diffusione del faggio sono utili per la pianificazione e la gestione delle foreste. A seconda del sito boschivo, sarà quindi possibile promuovere in modo mirato determinate specie arboree in grado di sopportare una maggiore siccità rispetto al faggio, con l’obiettivo di incentivare lo sviluppo di boschi adeguati al clima che possano continuare a svolgere le proprie numerose funzioni anche negli anni a venire.

 
 

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