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Dove crescono?

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Distribuzione altitudinale

Grazie ad una banca dati che ormai supera i 300 individui, possiamo esaminare con una buona affidabilità statistica la distribuzione altitudinale degli alberi monumentali. Ordinando l’intera popolazione di castagnoni censiti in 9 classi altitudinali si constata una ripartizione tutt’altro che casuale. In effetti quasi tre quarti dei castagni più vecchi si trovano in situazioni altitudinali comprese tra i 700 e i 1000 metri.

 

 

 

Il secondo limite, quello per così dire definitivo, è individuabile verso i 1050 metri, altitudine oltre la quale è quasi impossibile che un castagno possa invecchiare notevolmente, poiché basta qualche annata eccezionalmente inclemente dal punto di vista meteorologico per arrecare danni letali ad un albero e porre fine alle sue aspirazioni di longevità. Abbiamo trovato un solo monumentale oltre questa quota, rifugiato in una nicchia microclimatica del tutto particolare, una conca rocciosa protetta dai venti ed ottimamente esposta al sole.

 

Il limite inferiore, al contrario, non risulta da fattori climatici, tant’è vero che nelle zone collinari e pedemontane le condizioni ambientali naturali sono ottimali per la sopravvivenza del castagno. Al di sotto dei 700 metri, il progressivo incremento della pressione selettiva esercitata sui castagni candidati ad un lungo invecchiamento, inversamente proporzionale alla diminuzione dell’altitudine, è dovuto esclusivamente a fattori antropici quali:

  • il maggiore sfruttamento delle risorse forestali
  • la maggiore propensione al ringiovanimento degli alberi da frutto
  • la crescita esponenziale, scendendo dai monti fino al fondovalle, delle trasformazioni e costruzioni imposte dall’uomo al territorio in particolare nel secolo appena concluso
 

Vicinanza rispetto agli edifici rurali montani

Se già appare netta la tendenza dei castagni più vecchi a concentrarsi a ridosso del limite climatico che arresta verso l'alto l'areale di distribuzione dei castagneti da frutto, ancor più evidente è l'accentramento dei castagni più grossi attorno agli insediamenti montani. Considerando la distanza in metri che separa gli alberi monumentali dalle costruzioni umane, scopriamo che più della metà dei castagni vetusti si situano entro un raggio di 30 metri dall'edificio più vicino. In un raggio di 65 metri troviamo già l'80% di tutti i castagni monumentali e la percentuale sale addirittura al 90% spostando il perimetro a 105 metri dalle costruzioni.

 

Tipologie distributive ricorrenti

Concentrando la nostra attenzione all'interno delle aree peridomestiche, constatiamo alcune tipologie distributive ricorrenti:

  • Molti monumentali fiancheggiano l'edificio con un attiguità spaziale veramente stretta. Ben il 28% si trovano a meno di 15 metri di distanza dalla costruzione. Non di rado questa distanza scende anche al di sotto dei 5 metri, e molti edifici si ritrovano addirittura minacciati da questa presenza arborea, anche se spesso si tratta di edifici ormai abbandonati da tanti anni e già diroccati.
  • Castagni molto vecchi possono ornare i prati, magari proprio al centro di un appezzamento prativo, oppure laddove la superficie morbida e regolare del terreno è disturbata da una sporgenza rocciosa. Per vedere tutto questo si deve allenare l'occhio a ricostituire lo scenario prima del grande abbandono del dopoguerra, poiché oggi molti prati (soprattutto quelli secondari e decentrati all'interno dell'area peridomestica) risultano completamente invasi da una giovane boscaglia.
  • Sovente troviamo castagni monumentali lungo i sentieri che percorrono queste aree peridomestiche, ed un caso tipico è quello del castagno più vecchio posto proprio laddove il sentiero provenendo dall'esterno s'inserisce nell'area del maggengo dirigendosi verso gli edifici. In questo caso l'albero monumentale potrebbe essere interpretato come una sorta di cartello stradale con l'indicazione della località.
  • I castagni monumentali segnano spesso delle linee di confine, magari dividendo due proprietà prative, oppure posizionandosi proprio sul perimetro dell'area peridomestica, o ancora marcando una linea geomorfologica di cambio di pendenza laddove un terreno pianeggiante muta in pendio.

 

Anche i pochi monumentali che si ritrovano al di fuori delle aree peridomestiche non sembrano collocati casualmente in un punto qualsiasi del versante, e parrebbero invece attenersi, di volta in volta, ad almeno uno dei principi distributivi seguenti:

  • Quasi tutti i monumentali extradomestici sono comunque serviti da un sentiero (in disuso o ancora frequentato) che transita a distanza ridotta dall'albero.
  • Sovente i monumentali discosti dalle aree peridomestiche sorgono su pietraie dove la concorrenza con le altre specie arboree appare notevolmente ridotta.
  • Spesso al di fuori delle aree peridomestiche, i castagni più vecchi si ritrovano in luoghi geomorfologicamente riparati dai tagli rasi del passato, ossia ai margini dei tratti più vasti e regolari del versante, laddove un rilievo particolare, una parete rocciosa, un brusco avvallamento aumentano le difficoltà del taglio e dell'esbosco o, più semplicemente, creano marginalità riducendo quindi le probabilità che il settore venga coinvolto in un intervento di sfruttamento del legname.
  • In linea col principio precedende e col discorso sulla distribuzione altitudinale già sviluppato, si può affermare che la probabilità di scovare castagni giganti nelle zone esterne alle aree peridomestiche diventa significativa unicamente in prossimità del limite superiore di distribuzione dei castagni da frutto, inteso come margine reale caratterizzato da notevoli variazioni di altitudine, dettato dall'evoluzione locale della castanicoltura in relazione con le mutevoli caratteristiche microclimatiche e geomorfologiche.

 

I castagni monumentali possono marcare anche dei punti geografici particolari quali un bivio importante dove s'incontrano due sentieri, una piazza dove operavano i carbonai, un riparo sottoroccia semicostruito, una linea di cresta o displuvio, un canale di drenaggio anche se non sempre si può scansare del tutto l'ipotesi di una coincidenza spaziale casuale.

 

Ripartizione ineguale

Osservando la distribuzione dei castagni monumentali a Sud del crinale alpino, si constata una ripartizione fortemente disomogenea tra regioni e regioni, tra valli e valli, tra versanti e versanti, tra comuni e comuni e tra monti e monti.

Netta distinzione fra Sottoceneri e Sopraceneri

Volendo cominciare con le ineguaglianze di ripartizione su vasta scala, notiamo che il Sottoceneri appare chiaramente sguarnito rispetto al Sopraceneri. Difatti quasi il 97% di tutti i castagni vetusti inventariati si trovano a Nord del Ceneri. La cifra andrebbe corretta considerando la disproporzione fra le due regioni in termini di superficie totale o di superficie idonea all'arboricoltura del castagno, ma cumunque la disparità resterebbe palese. Per spiegare questo dato, possiamo proporre le due cause seguenti:

  • Elevata concorrenza con le altre possibilità di sfruttamento agricolo del terreno: nel Sottoceneri la coltivazione dei castagni da frutto è stata frequentemente interrotta per concedere spazio alle numerose altre coltivazioni capaci di rese anche maggiori su terreni di discreto valore. Nel Sopraceneri per contro la longevità dei castagni monumentali è stata favorita dalla loro collocazione su terreni di valore agricolo piuttosto modesto, scarsamente esposti alla concorrenza con le colture più pregiate quali la cerealicoltura, la viticoltura, l’orticoltura.
  • Marginalità insufficiente rispetto ai frenetici sviluppi edilizi recenti: nel Sottoceneri l'invecchiamento dei castagni è stato spesso stroncato dal proliferare degli interventi edilizi. Poche sono le zone risparmiate dai notevoli e frequenti sviluppi edilizi che hanno sovente sconvolto il quadro geografico tradizionale soprattutto negli ultimi cinquant’anni.

Oltre a queste, si potrebbe esaminare anche altre concause plausibili quali la predominanza minore ed il precoce indebolimento della cultura del castagno, o la maggiore vulnerabilità dei castagni da frutto di fronte alle opportunità di smercio del legname ed alla logica della scure e del troncone.

La pastorizia ad elevata produttività rallenta lo sviluppo della castanicoltura determinando una minima presenza di castagni molto vecchi

Confrontando la situazione nei maggiori solchi vallivi, si nota una grande variabilità in termini di numero e disposizione dei castagni più vecchi. Impressionante, innanzi tutto, la concentrazione di castagni monumentali sui due fianchi della valle del fiume Ticino tra Claro e Chironico, dove troviamo quasi la metà (48.2%) di tutti i castagni censiti !!

Il contrasto è netto, per esempio, con la vicina Valle di Blenio. Così vasta e soliva questa valle offre ampi spazi idonei alla castanicoltura lungo tutto il tratto principale fino all'altezza di Olivone. Eppure il patrimonio bleniese di castagni monumentali consta solo di sei individui (il 2.6% degli alberi inventariati), cinque dei quali relegati nella parte iniziale della valle, tra Biasca e Malvaglia. Verrebbe da credere in una disomogenea ripartizione degli sforzi di ricerca sul terreno, ed invece si è proprio vigilato in modo da setacciare con uguale accuratezza tutte le valli. Le ragioni di queste notevolissime disparità sono quindi da ricercare nelle caratteristiche geomorfologiche e nel percorso storico che rendono singolare ogni situazione geografica.

Dato molto interessante, abbiamo riscontrato più o meno la medesima disparità fra Leventina e Riviera da un lato e Blenio dall'altro, anche raccogliendo tutti i riferimenti castanili tratti dai documenti tardomedievali pubblicati nella collana Materiali e documenti ticines: partendo da insiemi di documenti quantitativamente pressoché equivalenti (circa 540 atti notarili per ogni valle ambrosiana), nonché collocabili nello stesso periodo tardomedievale, abbiamo individuato solo 17 riferimenti castanili nei documenti bleniesi, contro gli 87 nei documenti stipulati in Riviera e i 116 nei documenti leventinesi. Nei regesti bleniesi troviamo relativamente pochi riferimenti al castagno, alle selve, ai frutti ed alle varietà. Potremmo credere che l'insieme di documenti bleniesi sia diverso dagli altri due per tipologia degli interventi notarili. Ma in realtà non si constata alcuna marcata diversità in questo senso. I contratti che menzionano beni immobili (atti di vendita, contratti di permuta, contratti di livello, donazioni, testamenti, inventari di beni,...) non mancano nei regesti di Blenio, ma fra questi beni il castagno compare piuttosto raramente.

In accordo con questa disparità, troviamo pure una notevole distinzione linguistica: mentre nei dialetti della Riviera e della Leventina il termine arbur (con le varianti erbru, elbru, arbru, albru,...) indica quasi sempre il solo castagno ed in particolare il castagno innestato, l'albero per eccellenza; nelle parlate locali bleniesi lo stesso sostantivo (con le varianti arbre, albre, erbru, erbure,...) viene perlopiù utilizzato nel senso fondamentale e generico di pianta legnosa (si veda in proposito il Vocabolario dei dialetti della Svizzera Italiana). La stessa distinzione linguistica era probabilmente già presente nel tardo medioevo, come sembrerebbe risultare da una prima lettura di sintesi delle pubblicazioni di documenti notarili di quel periodo. Come ulteriore indizio di una minore tradizione castanicola in Valle di Blenio, possiamo menzionare anche l'assenza di quegli edifici a sé stanti impiegati come essicatoi per le castagne, ossia delle cosiddette grà tanto diffuse in Leventina e Riviera (fonte Marco Conedera).

Sulla base di queste osservazioni, crediamo si possa ipotizzare una situazione tardomedievale di sottosviluppo della castanicoltura bleniese rispetto alla castanicoltura praticata lungo l’asse del fiume Ticino. In altre parole la ripartizione dei castagni più vecchi, in accordo con gli altri indizi esposti, indica una penetrazione tardiva della castanicoltura nel corridoio bleniese.

Probabilmente la diffusione verso settentrione lungo il Brenno dell’arboricoltura del castagno fu ostacolata dalla supremazia schiacciante delle attività di allevamento nel territorio di Olivone, supremazia derivante in primo luogo dalle condizioni territoriali e geomorfologiche molto favorevoli alla crescita di un’economia alpestre ben produttiva basata sullo sfruttamento pastorale di vasti pascoli subalpini ottimamente esposti al sole, con buone risorse idriche e morbide pendenze. Anche la media e la bassa Valle di Blenio comprendono degli spazi alpestri di pregio perlomeno superiore alla media ticinese. In Riviera e nella bassa Leventina al contrario gli alpeggi sono ovunque nettamente più poveri, irti, ombrosi e disagevoli, e questo è un fattore essenziale per comprendere il notevole rilievo che ha assunto la castanicoltura da frutto sui due versanti tra Claro e Chironico. Non a caso il libro Alpi e formaggi delle nostre montagne (Rocco Lettieri et al., Salvioni edizioni, Bellinzona, 1997) che propone l’inventario e la descrizione degli alpi ticinesi ancora caricati nel 1997, sopravvissuti all’abbandono quindi, non menziona alcun alpe per tutte le valli laterali ed i versanti della Riviera e della bassa Leventina.

In conclusione possiamo quindi proporre un modello d’interpretazione basato su una forma di antagonismo fra la castanicoltura da frutto e la pastorizia, modello che prevede il rallentamento o la stagnazione dello sviluppo della castanicoltura laddove per motivi ambientali le attività di allevamento possono superare una certa soglia di produzione e rendimento.

La marginalità come fattore ritardante la diffusione e lo sviluppo della castanicoltura si riflette nella distribuzione attuale dei castagni monumentali

Il modello centrato sulla rivalità fra castanicoltura e pastorizia si applica con successo nei territori della Valle di Blenio a Nord di Malvaglia, e della Leventina a Nord di Chironico. Infatti in questi territori, dove le attività di allevamento raggiunsero livelli superiori di sviluppo e produttività, si rileva una presenza quasi nulla di castagni molto vecchi.

Al contrario, se proviamo ad applicare lo stesso principio a valli come l'Onsernone o la Verzasca, ci rendiamo subito conto dei limiti di quest'interpretazione storica. In queste valli lo sviluppo della pastorizia dovette sottostare alle scarse opportunità offerte dalla conformazione del territorio. Potremmo allora immaginare un ripiego sulla castanicoltura con grande investimento di mezzi, già in tempi precoci, per l'impianto di vaste selve fruttifere. E come esito finale, dovremmo aspettarci una cospicua presenza di castagni vetusti attorno agli insediamenti. Errato ! In Verzasca abbiamo trovato solo 4 castagni con circonferenza superiore ai 7 metri, tre dei quali situati nell'atrio della valle. In Onsernone addirittura è stato individuato un unico individuo monumentale.

Per comprendere queste situazioni dobbiamo introdurre il concetto di marginalità come indice della scarsa attrattività di un settore geografico in relazione con le possibilità umane di colonizzazione, insediamento e sfruttamento del territorio o, più in generale, come misura della refrattarietà naturale di un luogo rispetto ai molteplici vettori di propagazione delle popolazioni, delle culture e delle colture umane.

Come si può leggere a pagina 149 nel primo volume dell'Introduzione al paesaggio naturale del Cantone Ticino, "una caratteristica fondamentale del rilievo ticinese è l'esistenza di fondovalle che ... penetrano profondamente verso lo spartiaque alpino mantenedosi a quote molto basse ... Questi fondovalle rappresentano delle naturali vie di penetrazione dalla pianura padana verso il cuore della catena alpina." Queste vie di penetrazione della pianura nel rilievo alpino, unitamente agli sbocchi sui più importanti valichi alpini, hanno sostenuto e veicolato sin dalla preistoria gran parte degli avvicendamenti umani nelle valli ticinesi.

In quest'ottica possiamo meglio comprendere la concentrazione di castagni monumentali lungo la Riviera e la Bassa Leventina: non solo la pastorizia non poté svilupparsi oltre un certo livello, spronando gli uomini a traslare parte dei loro sforzi su altre attività produttive come la castanicoltura. Probabilmente seguendo quella via maestra di propagazione umana che è il fondovalle bagnato dal fiume Ticino, giunsero con ampio anticipo prima le migrazioni di popolazioni ed in seguito le ondate di diffusione di nuove strategie di sfruttamento dei territori e di sviluppo degli insediamenti montani. Crediamo quindi che la Riviera e la Bassa Leventina siano le regioni sopracenerine dove la diffusione della castanicoltura dalle fasce pedemontane ai versanti soprastanti abbia conosciuto gli albori più precoci. Questa diffusione in altitudine del castagno da frutto fu favorità anche dalla presenza di vasti terrazzi che interrompono la pendenza dei versanti. Proprio la Riviera detiene il primato in questo senso ed i sui fianchi appaiono talmente gradinati da offrire un po' a tutte le altitudini ampi terreni pianeggianti.

Con lo stesso ragionamento possiamo almeno in parte spiegare il quantitativo intermedio di castagni vetusti riscontrato nella bassa Valle Maggia: 26 castagni vetusti (l'11.5% degli alberi inventariati) situati tra Avegno e Giumaglio contro i 64 (28.3%) custoditi in Riviera. Le due valli hanno un'estenzione grosso modo simile, ed ambedue offrono un fondovalle pianeggiante e versanti terrazzati. Però la Valmaggia appare più marginale essendo dotata di un accesso meno diretto, ed essendo priva a settentrione di un importante valico transalpino.

Guarda caso l'Onsernone e la Verzasca rappresentano invece un caso estremo di marginalità. Si tratta infatti di due valli in gran parte prive di fondovalle pianeggiante, dove l'azione erosiva dei torrenti ha corretto con gran severità l'opera abbandonata dai ghiacciai. In Verzasca il fondovalle comincia ad offrire qualche misero spazio agibile e sfruttabile solo all'altezza di Lavertezzo. In Onsernone si trovano piane alluvionali solo a monte degli ultimi villaggi. Entrambe queste valli si rivolgono alla pianura nel modo più ostile, mostrando degli imbocchi estremamente celati, irti e disagevoli. Il Bonstetten si recò in Onsernone nel 1796 cogliendo con giustificata enfasi questa sorta di accanimento geomorfologico della natura nello scoraggiare il visitatore:

 

"Già si è vicini all'Onsernone; l'occhio vi si tuffa dentro, senza tuttavia poter raggiungere la valle. Nella voragine ombrosa riluce il riverbero della valle sempre più fonda ed invisibile, che pare quasi adagiata nel grembo squarciato della terra: sembra di entrare nella regione degli inferi ... ogni forma di vita pare spegnersi su quel terreno adusto; l'animo non indugia più sulla tenera natura vegetale: adesso è la stirpe gorgonica del mondo delle rocce a guardarlo fissamente. La strada, stretta, arranca ora su e giù, ora qua e là, accanto a dirupi sempre più profondi ... l'orecchio percepisce solo il frastuono roco del fiume, appena udibile, che mugghia ... nel precipizio imperscrutabile."
[Karl-Viktor von Bonstetten, Lettere sopra i baliaggi italiani, Armando Dadò editore, 1984, pp. 53-54]

 

Per la Verzasca troviamo una valida descrizione nel primo volume dell'Atlante dell'edilizia rurale in Ticino dedicato al Locarnese, Bellinzonese e Riviera:

"Di difficile accesso, essa si presenta come un vero e proprio angolo morto nel contesto della geografia e della storia delle Alpi." [a cura di Giovanni Buzzi, Armando Dadò editore, 1999, p. 61]

Ponendo in evidenza la curva di livello corrispondente all'altitudine di 500 metri su uno sfondo cartografico rappresentante i rilievi a monte del Verbano, si ottiene la mappa riportata di seguito.

 

Il concetto di specializzazione applicato alla ripartizione per comuni dei castagni più vecchi

Sempre osservando la distribuzione dei castagni monumentali al Sud delle Alpi, constatiamo differenze nettissime anche a livello comunale. Sorprendente, per esempio, in Val Mesolcina, il divario eclatante fra Soazza con la sua ventina di colossi (un autentico museo all’aperto) e Mesocco completamente privo di castagni di notevoli dimensioni. Sulla mappa riportata qui a fianco le aree viola indicano i settori dove s'incontrano castagni molto vecchi; la linea rossa evidenzia invece il confine territoriale fra i due comuni, laddove si estinguono le vecchie selve. Già in territorio di Mesocco, subito a valle del castello, ad un altitudine inferiore ai 700 metri, si trovano solo alcuni castagni da frutto non particolarmente vecchi. Si potrebbe pensare ad un confine microclimatico importante che passa proprio a separare i due comuni, ma in realtà i settori più bassi del territorio di Mesocco, almeno fino ad un'altitudine di 800 metri, potrebbero ben accogliere delle selve castanili o perlomeno individui isolati.

Il clima di Mesocco, non molto solivo ed incattivito dai venti di settentrione, potrebbe aver contrastato e ritardato lo sviluppo della castanicoltura, avvantaggiando altre strategie di sfruttamento del territorio. Ma questo ragionamento è insufficiente e si deve ricercare anche altri fattori decisivi per spiegare la distribuzione attuale dei grandi castagni.

Un’ipotesi seducente è quella della specializzazione dettata in prevalenza dalle condizioni geomorfologiche: il territorio di Mesocco presenta molte superficie idonee per la pastorizia, con molti pascoli montani e subalpini di pregio notevole. Al contrario le superfici idonee alla castanicoltura sono poco estese. Potendo contare su una possibilità di scambio commerciale con una comunità prossima come quella di Soazza, capace di produrre castagne in abbondanza anche per l’esportazione, ma bisognosa di importare un certo quantitativo di prodotti dell’allevamento, risulta logico e comprensibile che nei secoli gli abitanti di Mesocco abbiamo sviluppato al massimo la pastorizia, rinunciando quasi completamente ad attività secondarie come la castanicoltura.

 

Mappa delle zone con massima presenza di castagni molto vecchi