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Con coltivazioni rispettose l’olio di palma può essere durabile

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Secondo uno studio dell’EPFL e dell’Istituto federale di ricerca WSL, trasformare un vecchio pascolo in coltivazione di palme da olio genera un bilancio neutro in termini di emissioni di carbonio. Sulla base di misurazioni uniche effettuate presso piantagioni che raggiungono i 56 anni di età in Colombia, i ricercatori sono giunti a questa conclusione che offre un’alternativa sostenibile alle pratiche di un settore agricolo aspramente criticato.

 

I ricercatori dell’EPFL e dell’Istituto federale di ricerca WSL lavorano da anni sulle questioni legate al suolo al fine di sviluppare soluzioni sostenibili per la coltivazione della palma da olio. Attualmente, questa produzione è criticata in tutto il mondo per la sua impronta di carbonio e il suo impatto sulla biodiversità: in Indonesia e Malesia, i due principali paesi produttori, questa coltura è direttamente o indirettamente legata alla deforestazione di vaste aree di vegetazione tropicale, con conseguente perdita di biodiversità e rilascio di CO2 nell’atmosfera che le piantagioni di palma da olio non sono in grado di compensare (come dimostrato da un precedente studio dell’EPFL e del WSL, pubblicato nel 2018).

Lo studio pubblicato oggi su Science Advances consente una riflessione con vari distinguo sulla coltivazione della palma da olio. In Colombia, quarto produttore mondiale, i ricercatori dell’EPFL e del WSL hanno studiato alternative alla deforestazione nell’ambito del progetto transdisciplinare «Oil Palm Adaptive Landscapes» (OPAL) del Fondo nazionale svizzero per la scienza, guidato dal Politecnico federale di Zurigo. In questo contesto, vaste aree di savana nella regione di Los Llanos, che in passato erano state trasformate in pascoli, sono state a loro volta convertite in piantagioni di palma da olio. Calcolando il bilancio di carbonio di tale conversione su 56 anni, le cifre indicano che una complessiva neutralità carbonica di questa coltivazione, includendo anche la vegetazione e il suolo, rispetto al punto di partenza.

«Il nostro articolo dettaglia per la prima volta il bilancio di carbonio a lungo termine della coltura della palma da olio, considerando che abbiamo studiato due cicli di coltivazione, perché queste palme vengono sostituite ogni 25-30 anni», illustra Juan Carlos Quezada, dottorando presso il Laboratorio dei sistemi ecologici (ECOS) dell’EPFL e primo autore dell’articolo. «È anche la prima volta che possiamo descrivere gli effetti a lungo termine di tale produzione agricola sulla qualità e sulla fertilità dei terreni dopo la conversione dei pascoli, considerando non solo la loro superficie, ma anche la loro profondità».

 

Cattura del CO2

Nei climi tropicali, i pascoli, soprattutto quelli degradati, hanno grandi superfici erbose e qualche alberello sparso. Piantando palme da olio, che possono raggiungere i 15 metri di altezza e sono disposte fittamente, si ottiene una maggiore cattura di CO2 per la stessa area, grazie alle radici, ai tronchi e alle foglie delle palme e alla vegetazione che cresce intorno ad esse. Dopo 25-30 anni, le palme sono tagliate raso terra e vengono ripiantati giovani alberi per un secondo ciclo di coltivazione.

Decomponendosi, alcune delle radici e altre materie vegetali morte alimentano il suolo e compensano parzialmente in superficie le perdite iniziali di carbonio nel terreno, dopo la conversione del pascolo. Sull’arco di due cicli di coltivazione il livello di carbonio nell’ecosistema uguale a prima della conversione.

Un’alternativa da cogliere

«È importante ricordare qui che l’olio di palma, se consumato con moderazione, non è di per sé nocivo né dal punto di vista della salute né da quello economico. In Colombia, come in altri paesi produttori, ne dipende il reddito di centinaia di piccoli agricoltori. Non sempre dietro a questo prodotto ci sono grandi multinazionali», afferma Alexandre Buttler, direttore del laboratorio ECOS. «Il problema è proprio costituito dall’impronta di carbonio e dalla perdita di biodiversità della deforestazione. Eppure, i principali paesi produttori di olio di palma dispongono di riserve di pascoli degradati che potrebbero proficuamente convertire per limitare le massicce perdite di carbonio associate alla deforestazione».

L’articolo pubblicato su Science Advances fa parte del progetto di ricerca interdisciplinare sulla coltivazione della palma da olio Oil Palm Adaptive Landscapes (OPAL), finanziato dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica, che mette in rete partner provenienti dalla Svizzera, dall’Indonesia, dalla Colombia e dal Camerun. Le università locali, gli istituti di ricerca e il WWF dei paesi coinvolti sono parti interessate al progetto e contribuiscono in modo significativo alla sensibilizzazione degli attori locali nella ricerca di soluzioni sostenibili.

Riferimento

Juan Carlos Quezada, Andres Etter, Jaboury Ghazoul, Alexandre Buttler, Thomas Guillaume, «Carbon neutral expansion of oil palm plantations in the Neotropics», Science Advances, October 2019.

Collegamenti 

Oil Palm Adaptive Landscapes (OPAL)

Cartella stampa

Contatti

Juan Carlos Quezada, dottorando, Laboratorio dei sistemi ecologici, EPFL, (parla inglese e spagnolo). Tel.: +41 (0)78 636 79 56; indirizzo e-mail: juan.quezadarivera(at)epflto make life hard for spam bots.ch

Alexandre Buttler, professore onorario, Laboratorio dei sistemi ecologici, EPFL, (parla francese, inglese e tedesco). Tel.: +41 (0)79 277 37 00; indirizzo e-mail: alexandre.buttler(at)epflto make life hard for spam bots.ch