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La tragedia di Chamoli potrebbe ripetersi

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Circa quattro mesi fa, nel distretto di Chamoli nell'Himalaya indiano una devastante onda d'acqua ha provocato enormi danni e causato la morte di oltre 200 persone. L'onda è stata generata da una immensa frana che ha comportato il collasso di un ghiacciaio. Nell'ambito di una collaborazione internazionale, i ricercatori del WSL, dell'SLF, dell'ETH di Zurigo e dell'Università di Zurigo hanno analizzato le cause, l'entità e le conseguenze della catastrofe.

 

Il 7 febbraio 2021 enormi masse di acqua, fango e ghiaccio si sono riversate nella valle dei fiumi Rishiganga e Dhauliganga, lasciando dietro di sé una scia di devastazione. Oltre 200 persone hanno perso la vita, due dighe e vari ponti sono stati distrutti. Un team internazionale con la partecipazione di ricercatori dell'Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio WSL, del WSL Istituto per lo studio della neve e delle valanghe SLF, dell'ETH di Zurigo e dell'Università di Zurigo (UZH) ha iniziato il giorno stesso a esaminare l'entità e le cause dell'evento con l'aiuto di immagini satellitari, modelli di territorio digitali, dati sismici e materiale video. I modelli numerici hanno contribuito a ricostruire i processi coinvolti.

Valanga di roccia e ghiaccio

20 milioni di metri cubi di roccia sono crollati dal versante nord del Ronti Peak nel distretto di Chamoli, nello Stato himalayano dell'Uttarakhand, da un'altezza di circa 5500 metri s.l.m. Questa frana ha causato anche il crollo di un ripido ghiacciaio con un volume di ghiaccio di 5,5 milioni di metri cubi. Una valanga gigante formata da circa l'80% di roccia e il 20% di ghiaccio si è abbattuta sulla valle facendosi strada attraverso la stretta gola. L'energia trasformata in calore da attrito ha sciolto quasi completamente l'intero volume di ghiaccio, causando una devastante corrente di fango.

Grazie ai dati satellitari liberamente disponibili, le prime conclusioni sulla causa, il volume e l'estensione della distruzione hanno potuto essere tratte solo poche ore dopo l'evento. «La cooperazione scientifica a livello internazionale è stata impareggiabile. Ogni ora venivano analizzate nuove immagini satellitari, generati modelli di elevazione e condivisi i risultati dei modelli numerici», dice Mylène Jacquemart del WSL e del Laboratorio di Idraulica, Idrologia e Glaciologia (VAW) dell'ETH di Zurigo.

I lavori di ricerca sono iniziati subito

La cooperazione internazionale è stata anche facilitata da GAPHAZ, un gruppo di lavoro scientifico formato da esperte ed esperti di fama mondiale in pericoli naturali legati a ghiacciai e permafrost. Holger Frey dell'istituto geografico dell'UZH, nonché membro della direzione del gruppo di lavoro GAPHAZ, afferma: «Appena cinque anni fa una così rapida disponibilità di immagini satellitari su vasta scala e ad alta risoluzione sarebbe stata inimmaginabile.»

I ricercatori dell'UZH lavorano da molti anni nell'Himalaya indiano e sono stati contattati dal centro nazionale di gestione delle catastrofi del governo indiano già poche ore dopo l'accaduto. Alcuni giorni dopo sono stati in grado di comunicare alle autorità indiane i primi risultati sul decorso dell'evento e sui processi coinvolti. «I nostri rapporti e le nostre valutazioni sono stati impiegati tra l'altro per pianificare le indagini sul posto», sottolinea Frey.

Le centrali idroelettriche sono un pericolo

La distruzione delle due centrali idroelettriche e soprattutto le oltre 200 vittime, la maggior parte delle quali lavoratori forestieri, hanno infiammato ulteriormente le incessanti discussioni sui progetti idroelettrici nelle fragili zone d'alta montagna. Già dopo le disastrose inondazioni del 2013 nello stato dell'Uttarakhand, il settore delle centrali idroelettriche era stato incriminato dalla Corte suprema dell'India di aver aggravato, con le sue pratiche, le conseguenze di queste inondazioni. «La tragedia di Chamoli conferma tristemente che molte delle aziende che gestiscono le centrali idroelettriche della regione dell'Himalaya non analizzano e non sorvegliano a sufficienza le condizioni sempre più instabili che regnano in alta montagna», ammette Christian Huggel, uno degli altri coautori dell'Istituto geografico dell'UZH.

Il cambiamento climatico si fa sentire

Con il cambiamento climatico, il riscaldamento si propaga lentamente anche nel sottosuolo. Di conseguenza, anche nelle regioni interessate dal permafrost le temperature aumentano all'interno delle montagne, rendendo sempre più probabili i crolli di rocce in alta montagna. Anche se non si può dimostrare direttamente che l'evento di Chamoli sia dovuto al cambiamento climatico, l'impressionante ritiro dei ghiacciai nella regione parla chiaro. «Le temperature nella regione stanno aumentando bruscamente. I mesi autunnali e invernali caldi prima dell'evento possono aver contribuito ad aumentare l'infiltrazione dell'acqua nella roccia, che può contribuire alla destabilizzazione delle masse rocciose», spiega Mylène Jacquemart.

In combinazione con il crescente fabbisogno di energia degli Stati himalayani, il problema è destinato a inasprirsi ulteriormente. «Chamoli è stato un evento estremo», assicura Frey. «Ma è solo una questione di tempo prima che da qualche parte nell'Himalaya si verifichi la prossima onda di piena di queste proporzioni». Dal momento che sono in progetto numerose altre centrali idroelettriche, sono necessarie soluzioni rapide e sostenibili, così come una stretta collaborazione con la scienza. «Dobbiamo sfruttare le tecniche e le conoscenze più avanzate per poter proteggere in futuro vite umane e beni patrimoniali», conclude Huggel. Anche in altre regioni di montagna non è infatti possibile escludere simili eventi estremi rari con un impatto potenzialmente catastrofico, soprattutto in aree densamente popolate come le Alpi.

 

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